Stipendio in ritardo, puoi lasciare il lavoro e farti mantenere dallo Stato | Così prendi anche la disoccupazione e lasci il tuo capo in mutande

Operaio disperato

Operaio disperato (Canva) Valsusanews.it

Il ritardato pagamento dello stipendio è una violazione grave: ecco tutti i passaggi che il lavoratore può intraprendere per tutelarsi.

Quando la busta paga tarda ad arrivare, l’ansia cresce e i pensieri negativi si fanno strada velocemente.

È solo un ritardo o c’è dietro qualcosa di più serio? Il pagamento dello stipendio rappresenta un diritto essenziale, eppure non sempre viene rispettato.

In questi casi il lavoratore non è indifeso: la legge mette a disposizione strumenti concreti per reagire, partendo da semplici richieste fino a rimedi legali più incisivi.

Ma come muoversi senza sbagliare e quali sono le possibilità reali di recupero delle somme dovute? Tutto quello che devi sapere.

Un problema che va affrontato subito

Il pagamento della retribuzione è uno degli obblighi fondamentali del datore di lavoro. La puntualità non è un favore, ma un dovere sancito dalla legge e dal contratto. Quando il versamento non avviene, il dipendente ha il diritto di attivarsi immediatamente. Il primo passo consigliato è sempre quello di una richiesta informale, un confronto diretto con il datore di lavoro o con l’ufficio del personale. Se il silenzio persiste, occorre passare a una comunicazione scritta, tramite raccomandata o PEC, fissando un termine chiaro per ricevere il saldo.

Già in questa fase è importante documentare tutto, perché eventuali prove scritte diventeranno decisive in caso di contenzioso. Se la situazione non si risolve, il lavoratore può coinvolgere un sindacato, un avvocato o un consulente del lavoro per tentare una mediazione. Spesso la presenza di un intermediario smuove l’azienda a rispettare i propri obblighi, evitando di arrivare a un giudizio. Ma se tutto questo non funziona i passaggi devono essere rapidi e ufficiali, ecco come fare.

Impiegato arrabbiato
Impiegato arrabbiato (canva) Valsusanews.it

Dalla conciliazione al ricorso: gli strumenti legali

Se il datore continua a non pagare, entra in gioco l’Ispettorato Territoriale del Lavoro. Con la conciliazione monocratica si cerca un accordo tra le parti; se fallisce, l’ispettorato può diffidare l’azienda, intimando il pagamento. Questa diffida può trasformarsi in titolo esecutivo, consentendo al lavoratore di agire subito in via giudiziaria. Un altro strumento rapido è il decreto ingiuntivo: presentando buste paga o documenti che provano il credito, il Tribunale può ordinare il pagamento entro 40 giorni. In caso di ulteriore inadempienza, il dipendente può procedere al pignoramento dei beni aziendali.

Quando la fiducia è definitivamente compromessa, resta la strada delle dimissioni per giusta causa. La legge consente di interrompere il rapporto senza preavviso se la retribuzione non viene corrisposta, a patto che la reazione sia immediata e formalizzata tramite la procedura telematica sul portale del Ministero del Lavoro. Infine, nei casi più gravi in cui l’impresa fallisce o risulta insolvente, il Fondo di garanzia INPS interviene a tutela del lavoratore, coprendo le ultime tre mensilità e il TFR. È una rete di sicurezza che non sostituisce il diritto allo stipendio, ma evita che chi lavora resti completamente scoperto.